Infinite partite a carte, litri di vino, cibo della tradizione, fumo di sigarette: questa l’atmosfera tipica delle osterie bolognesi che Lorenzo de Maiti ci racconta all’inizio del suo libro. «Attorno ai tavoli nel tempo si sono succedute migliaia di persone con le loro storie, fatte di aneddoti, spacconate e fantasie che si inseguono nella notte.» L’autore parla della sua Osteria dei Grifoni, aperta a Bologna negli anni Novanta, come una sorta di teatro d’improvvisazione dove vanno in scena ogni giorno spettacoli diversi, con personaggi sempre nuovi.
Il locale è riccamente decorato da cimeli di famiglia: dipinti del nonno Romano, ritratti dei suoi zii, vetrine che appartenevano ai suoi bisnonni. È questo a renderlo un posto estremamente magico, quasi esoterico, abitato da presenze che chiedono a gran voce che la propria storia venga ancora raccontata. Tra tutti, emerge un personaggio in particolare, una sorta di mascotte per l’Osteria: Laura Gravisi de Belli, detta Giuditta. Questa donna misteriosa, il cui ritratto viene trovato per caso, tra scatoloni e vecchie fotografie, diventerà una presenza costante in tutto il libro, fino all’ultimo colpo di scena. Ci racconta infatti che Romano de Maiti è stato costretto a scappare a Imola, dopo la presa di potere di Tito in Jugoslavia; dolorosamente non riuscirà mai a tornare nella sua terra natia, ma il nipote vi riporterà le sue opere e la sua memoria, allestendo una mostra a Capodistria che, con grandissima sorpresa, viene ospitata e celebrata proprio nella vecchia casa di Giuditta. La particolarità di questo racconto, a metà tra finzione, autobiografia e libro fotografico, sta nel fatto che passato e presente si fondono: Lorenzo de Maiti, nell’Osteria, parla con i suoi clienti e con i suoi spiriti, dialoga e li ascolta esattamente allo stesso modo, trascinandoci nel suo mondo della fantasia, in cui raccoglie testimonianze di intere generazioni.
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